Arezzo, nel Medioevo, non era soltanto una città di passaggio buona per essere conquistata, venduta e poi raccontata dagli altri. Era un importante centro politico, religioso ed economico, con istituzioni proprie, lotte interne e una vita pubblica assai più movimentata di quanto oggi lascino immaginare certe domeniche pomeriggio in centro.
Prima della perdita definitiva dell’indipendenza, Arezzo attraversò l’esperienza del Comune, il potere dei vescovi-conti e le contese tra le grandi famiglie cittadine. Tutto terminò, o quasi, il 5 novembre 1384, quando Enguerrand VII de Coucy cedette la città a Firenze. Una vendita che agli aretini deve essere rimasta parecchio indigesta: in fondo, essere comprati dai fiorentini non è proprio il massimo finale da incidere sulla lapide.
In quella Arezzo medievale, secondo alcune ricostruzioni e tradizioni locali, si sarebbe disputato anche un caratteristico Palio.
Non la Giostra del Saracino e nemmeno una copia anticipata del Palio di Siena, ma una corsa con caratteristiche proprie: cavalli senza fantino, lanciati lungo le strade della città e incitati dai sostenitori dei diversi rioni.
Il percorso si sarebbe snodato tra vie e vicoli della parte alta di Arezzo, con l’arrivo nei pressi della cosiddetta Torre Rossa, legata all’antica sede comunale di via Pellicceria e alla zona di Piazza Grande.
La piazza, all’epoca, aveva una conformazione diversa da quella attuale e occupava uno spazio più ampio, estendendosi dalla zona sovrastante piaggia del Praticino fino alla Pieve. Secondo la tradizione, il percorso della corsa veniva modificato per impedire ai cavalli di impararlo a memoria. Insomma, già nel Medioevo gli aretini cambiavano la viabilità: almeno allora lo facevano per non avvantaggiare i concorrenti.
Prima del Palio, le corse romane
Alcune ricostruzioni locali collegano queste competizioni alle più antiche corse di epoca romana. Le bighe sarebbero partite dalla zona ancora oggi chiamata Mossa per dirigersi verso Saione, dove si trovavano importanti insediamenti e ville patrizie.
Nell’area sarebbe esistito anche uno spazio rettangolare destinato alle attività atletiche, associato al culto di Mercurio. Il tratto più pericoloso del percorso sarebbe stato quello del Pontalto, stretto e collocato subito dopo una curva: una specie di chicane ante litteram, ma senza commissari di gara e vie di fuga.
Il collegamento diretto tra le corse romane e il successivo Palio medievale rimane, tuttavia, un’ipotesi affascinante che avrebbe bisogno di essere sostenuta da testimonianze archeologiche e documentarie precise.
Le corse continuarono nei secoli
Anche durante il Rinascimento si sarebbero svolte competizioni equestri con partenza dalla Mossa e arrivo in Piazza Grande. Queste corse sarebbero poi state proibite verso la fine del Seicento per ragioni di sicurezza.
La passione aretina per i cavalli, però, non scomparve. Gare con fantino continuarono a essere organizzate sul terrapieno davanti alla Fortezza fino ai primi decenni del Novecento, prima che la Giostra del Saracino diventasse la manifestazione storica cittadina per eccellenza.
Tra gli episodi più curiosi tramandati dalle cronache locali figura anche una corsa organizzata dai perugini dopo il fallito assedio di Arezzo del 1320. I vincitori aretini avrebbero assistito a una sfilata o corsa burlesca con asini cavalcati dalle meretrici al seguito dell’esercito perugino, vestite in maniera provocatoria.
Uno sberleffo medievale in piena regola. Perché tra Arezzo e Perugia, evidentemente, già allora la diplomazia preferiva non presentarsi.
Arezzo era arrivata prima di Siena?
Qui conviene lasciare il campanilismo al bar e affidarsi ai documenti.
Siena possiede una testimonianza relativa a una corsa del Palio già nel 1238, mentre il primo Palio corso “alla tonda” in Piazza del Campo viene generalmente fatto risalire al 1633. Per sostenere che quello aretino fosse certamente più antico servirebbe, dunque, una fonte precedente alla documentazione senese.
Questo non riduce l’importanza della tradizione aretina. Dimostra piuttosto che nel Medioevo le corse equestri erano diffuse in numerose città italiane e potevano assumere forme molto diverse da quella del Palio senese contemporaneo.
Arezzo avrebbe avuto la propria corsa, i propri percorsi e probabilmente anche le proprie rivalità rionali. Non occorre necessariamente battere Siena sul calendario per riconoscere che la città possiede una storia equestre molto più ricca di quanto comunemente si racconti.
Prima di rinunciare a questa memoria o di trasformarla nell’ennesima leggenda ripetuta senza fonti, sarebbe utile cercare negli archivi, confrontare le cronache e coinvolgere gli studiosi della storia cittadina.
Perché Arezzo medievale non era affatto una comparsa. Era una città orgogliosa, irrequieta e combattiva. Poi arrivarono i fiorentini e, come spesso accade, cominciarono a raccontare la storia loro.
Questo contributo propone una ricostruzione storico-divulgativa basata anche su tradizioni e testimonianze locali. Alcuni episodi richiedono ulteriori riscontri documentali.
Immagine ricostruttiva generata con intelligenza artificiale


