Fin da ragazzo ho sempre avuto molti dubbi. Mi sono spesso chiesto, ad esempio, se le piste da sci fossero in discesa o in salita. Certo, ai miei tempi si battevano le piste a forza di gambe, e la fatica si sentiva sia salendo che scendendo. Ma quando arrivavi in cima partendo dal basso, almeno risparmiavi il buco del biglietto della manovia.
Tutto dipende dal punto di vista: è quello che definisce la salita o la discesa. Se consideriamo il risparmio economico dell’evitare la seggiovia, allora anche la salita può sembrare una discesa — almeno per il portafoglio. In entrambi i casi, però, la fatica c’è: in un caso si consumano energie fisiche, nell’altro denaro.
Ricordo un viaggio del 1960, di ritorno dal Passo dello Stelvio, su una Fiat 600 bianca come la neve. Non guidavo io, avevo solo tredici anni e mezzo. Scendendo dai 2700 metri si consumava meno benzina rispetto alla salita. Lì, almeno, la distinzione era chiara: la salita costava, la discesa faceva risparmiare. Ma cosa rende una salita tale e una discesa davvero discesa? Forse il biglietto dell’abbonamento? E se per andare da Bormio al passo ci avessero fatto pagare un pedaggio?
A quel punto mi incartai nei miei ragionamenti. Smettei di pensarci troppo e decisi che ogni volta che sarei andato a sciare, avrei fatto il giornaliero. Rimaneva però un dubbio, apparentemente più semplice: se la neve è bianca e 3 è maggiore di 2… beh, almeno questo è sicuro!


