Arezzo, periferia della “città che profuma di cultura” — ma solo se tappi il naso con lo scotch.
Dopo il ritrovamento del luglio scorso, quando un’anima pia trovò un sacco nero col cadavere d’un povero cane (o quel che ne restava), ecco che stamattina — a pochi metri di distanza — la testa di cazzo di turno ha deciso di rilanciare!
Altro sacco, altra puzza, altra macelleria da incubo: pezzi di carne in putrefazione, forse una cucciolata, buttata nel fosso come immondizia. Chi ha avuto la sventura di aprire il sacco ha fatto giusto in tempo a girarsi per non vomitare come una fontana.
Qualcuno ha chiamato la municipale, che — con la solerzia di un bradipo in ferie — ha risposto:
“Ci mandi una mail, è proprietà privata, non possiamo intervenire.”
Ma va’!
E intanto la ditta specializzata non viene, il proprietario del terreno non si trova, e il fosso diventa un museo degli orrori a cielo aperto: cadaveri, sacchi puzzolenti, e pure un bidet, per lavarsi il culo — come fanno tutti, del resto.
Perché qui, ad Arezzo, funziona così:
La puzza si sente, ma nessuno ci mette il naso.
I morti si contano, ma nessuno li toglie.
E la testa di cazzo che butta animali nei fossi continua tranquilla, forse ridendo sotto i baffi.
Complimenti, bel lavoro di squadra!
Chi non interviene, chi non controlla, e chi — soprattutto — si crede Dio solo perché ha in mano un sacco dell’immondizia e un cuore di cemento.








