Finalmente. Dopo anni passati a Firenze “solo per pochi giorni” dal 1542, la Minerva di Arezzo rientra in città come fanno i figli prodighi: con la valigia piena di storia e tutti pronti a dirle “te l’avevamo detto”.
Dal 15 febbraio al 6 settembre, la dea sarà in mostra al Museo archeologico Gaio Cilnio Mecenate, giusto il tempo di farsi vedere, farsi ammirare e ricordare a tutti che Arezzo, quando si parla di bronzi, non scherza mica. Dopo la Chimera, ecco l’altra signora di famiglia.
La Minerva, alta un metro e cinquantacinque di carattere, era tornata alla luce nel 1541 a Colcitrone, mentre si scavava vicino alla chiesa di San Lorenzo. Un anno dopo Cosimo I de’ Medici fece quello che facevano tutti i Medici: “bella, la prendo io”. E via a Firenze, dove è rimasta per quasi cinque secoli, ospite fissa con poche ferie.
Ora però rientra, con una mostra dal titolo impegnativo: “Minerva. Una storia di comunità ritrovata”. Che tradotto dal burocratese vuol dire: “Era nostra, ce la ridanno, almeno per un po’”.
Le date non sono scelte a caso: si parte con la Madonna del Conforto e si chiude con la Giostra del Saracino. Paganesimo, devozione e lance: Arezzo al completo. E Colcitrone festeggia, visto che lì una copia della Minerva c’è già, ma l’originale – si sa – è tutta un’altra dea.
Fino al 6 settembre quindi si va al museo, si guarda la Minerva e si dice sottovoce:
“Bentornata a casa. Firenze, stavolta, s’accontenti delle foto.”


