C’è stato un tempo in cui la politica si faceva con le idee. Poi sono arrivate le parole. Infine, siamo giunti all’era della parola sola: quella che rimbalza, si moltiplica, si autosostiene. Tipo “testardamente unitari”. Ripetuta così tante volte che, più che un concetto politico, sembra una suoneria del telefono rimasta incastrata.
“Testardamente unitari”.
“Testardamente unitari”.
“Testardamente unitari”.
Dopo la dodicesima ripetizione non capisci più se stai ascoltando un discorso o partecipando a un esperimento di ipnosi collettiva. Alla quindicesima, ti sorprendi a desiderare una nuova corrente politica: gli “arrendevolmente divisivi”. Non per convinzione, ma per legittima difesa linguistica.
Il problema non è nemmeno chi vince o chi perde. È che ogni parte recita la propria parte come in una televendita anni ’90. Cambia il prodotto — riforme, referendum, giustizia — ma il tono resta quello: “Signora, guardi che offerta incredibile! Se chiama entro cinque minuti le diamo anche la democrazia in omaggio!”
E tu lì, sul divano, che non sei “di destra”, non sei “di sinistra”, ma sei decisamente di pazienza finita.
Perché mentre sopra si gioca a slogan, sotto restano i soliti nodi: la giustizia che non funziona, i casi che tornano come fantasmi (Palamara, Tortora, Rossi — ormai più citati dei santi nel calendario), le correnti, gli errori senza colpevoli, le colpe senza conseguenze. Un sistema dove l’unica cosa davvero indipendente è la responsabilità… da chiunque.
E allora arriva il voto. Il popolo decide.
E qui scatta il miracolo: chi perde non perde mai davvero. “Prendiamo atto”, “rifletteremo”, “il dibattito continua”. Tradotto: abbiamo perso, ma con stile.
Chi vince, invece, vince sempre per conto terzi: non per sé, ma “per gli italiani”. Tutti. Anche quelli che hanno votato contro, a loro insaputa.
Nel frattempo, il cittadino medio — quello che dovrebbe essere il protagonista — si ritrova spettatore di una gara di retorica dove il premio finale è un trofeo invisibile chiamato “narrazione”.
E la magistratura? Anche lì, il dibattito è diventato una caricatura di sé stesso: tra accuse ideologiche, cori immaginari e slogan speculari, sembra più una curva da stadio che un pilastro dello Stato. Manca solo il telecronista: “Attenzione, qui il giudice entra in campo… e intona Bella Ciao! Pubblico diviso!”
Alla fine, resta una sensazione semplice, quasi banale: la politica parla tantissimo e dice sempre meno.
E forse il vero referendum, quello che nessuno ha ancora avuto il coraggio di proporre, è questo:
volete continuare a farvi convincere da chi vi parla come se stesse vendendo pentole a vostra nonna?
Sì o no.


