Ad Arezzo le serrande si abbassano e i menù si allungano.
La fotografia del commercio toscano uscita dall’indagine Nomisma sembra raccontare proprio questo: in dieci anni la regione ha perso oltre settemila negozi di vicinato, ma nel frattempo sono aumentati ristoranti, locali e attività legate al mangiare.
E Arezzo, tanto per non farsi mancare nulla, è fra le province che hanno preso la botta più forte: -11,4% di esercizi commerciali dal 2015 al 2025. Tradotto dal linguaggio degli studi economici: una vetrina su dieci è sparita.
A soffrire soprattutto sono i negozi d’abbigliamento, tessile e accessori. Insomma, quei posti dove una volta si passava il sabato pomeriggio a provarsi pantaloni davanti allo specchio mentre la commessa diceva “le stanno benissimo” pure se parevi un insaccato.
Ora invece il centro storico cambia faccia.
Per comprare un paio di mutande devi fare il giro dell’oca, ma se ti prende fame puoi scegliere fra aperitivi, hamburgherie, pinse, sushi, taglieri, ciccia gourmet e carbonare rivisitate da chef con la barba lunga e il grembiule di cuoio.
A guardarsi intorno, viene quasi da dirlo davvero: ormai in centro trovi più maccheroni al sugo d’ocio che mutande.
E il bello è che i numeri confermano pure la sensazione. Perché mentre i negozi chiudono, la ristorazione continua a crescere. Ad Arezzo i ricavi del settore sono aumentati addirittura del 48%. Altro che crisi: qui si mangia come se ogni sera fosse la vigilia della Giostra.
Nel frattempo spariscono ferramenta, gioiellerie, botteghe storiche e piccoli alimentari. Luoghi dove magari non facevi il brunch fotografabile per Instagram, ma trovavi qualcuno che ti conosceva per nome e ti segnava anche il pane “poi passi a pagare”.
Il problema, infatti, non è che la gente non spende più. Spende eccome. Solo che oggi è più facile spendere 18 euro per due spritz e un taglierino con tre fette di finocchiona, che entrare in un negozio e comprare una camicia buona da tenere dieci anni.
E così il commercio aretino si trasforma lentamente in una gigantesca tavolata permanente: meno scaffali, più tavolini.
Con il rischio che fra qualche anno in Corso Italia non si trovi più un calzino… però vuoi mettere la comodità di avere un piatto di maccheroni al sugo d’ocio ogni trenta metri?


