AREZZO — Dopo i manifesti abusivi, quelli troppo artistici e quelli direttamente strappati, ad Arezzo s’è aperto un altro fronte delicatissimo per la tenuta democratica del territorio: il cugino fotografo.
La questione nasce dalla nota diffusa attorno ai fotografi “accreditati” dalla Diocesi per matrimoni, cresime e comunioni. Tradotto dal burocratese liturgico: senza patentino, rischi di passare da abusivo pure se stai in fondo alla chiesa con la Canon regalata a Natale.
Ora, il punto vero sarebbe anche semplice: evitare che durante la consacrazione parta il parente invasato che urla “fermi tutti, rifacciamo l’ingresso perché la nonna era controluce”. E su questo, sinceramente, siamo tutti d’accordo.
Il problema nasce quando il messaggio sembra diventare un altro: se non paghi il professionista accreditato, quasi quasi stai mettendo in pericolo il sacramento.
E lì il cittadino medio aretino, già provato da mutuo, catering e bomboniere con l’ulivo incollato sopra, qualche domanda se la fa. Perché non tutti possono permettersi il fotografo ufficiale con drone, steadycam e album in pelle color avorio “emozione eterna”. E non tutti hanno voglia di lasciare duemila euro per sentirsi dire “ora baciatevi ma più spontanei”.
C’è anche chi si arrangia. Un amico. Un parente. Il cugino Stefano con la Nikon del 2018 e la pazienza di stare zitto durante l’omelia. Figura che, fino a ieri, pareva ancora tollerata dal diritto canonico.
Anche perché — dettaglio curioso — questa storia del tesserino obbligatorio non esiste uguale in tutta Italia. Ogni diocesi decide da sé.
E infatti il punto forse non è nemmeno il tesserino, che esiste dal 2008 e nasce con uno scopo pure comprensibile: evitare il caos liturgico da cugino col flash sparato durante il Padre Nostro.
Il punto è quando la questione pastorale si fonde così bene con quella commerciale da diventare indistinguibili.
Perché Confartigianato parla solo di ordine e discrezione, ma anche di “tutela del settore”, “abusivismo”, “dignità professionale” e invito ad affidarsi “esclusivamente” agli operatori accreditati.
Che è una parola curiosa da leggere in un testo firmato insieme dalla Curia e da associazioni di categoria: più che una benedizione sembra un disciplinare da consorzio del vino.
In molte parrocchie basta l’autorizzazione del parroco e un minimo di buonsenso cristiano: non salire sull’altare, non usare il flash negli occhi al celebrante e possibilmente non chiedere agli sposi di rifare lo scambio degli anelli “con più pathos”.
Ad Arezzo invece il clima pare più da ordine professionale della liturgia audiovisiva.
E allora qualcuno, malignamente, una domanda la fa: ma tutta questa rigidità nasce davvero da esigenze pastorali… oppure c’è anche una certa pressione delle associazioni di categoria locali?
Perché nel comunicato si insiste parecchio sull’“affidarsi esclusivamente a operatori professionisti accreditati”. Esclusivamente. Che è una parola grossa. Più che una benedizione sembra una clausola commerciale.
Intendiamoci: il fotografo professionista fa un lavoro vero e spesso pure complicato. Nessuno discute questo. Ma trasformare il cugino con la reflex nel nuovo abusivo sacramentale pare un filo eccessivo.
Anche perché il matrimonio, a memoria di Chiesa, rimane valido pure se immortalato col telefono della zia Marisa.
E probabilmente sopravvive anche senza bollino diocesanamente conforme.


