Ogni riferimento all’SS Arezzo, al suo condottiero e a chi oggi sgomita per salire sul carro dei vincitori è puramente voluto.
C’era una volta Guglielmo I. Non un re qualunque, ma un uomo giunto dalla capitolina urbe dopo anni di fatiche, battaglie e pazienza. Lasciava alle spalle una terra dove l’“opera divina” sembrava governare ogni affare, seminando più di qualche grattacapo e lasciando tracce profonde nei forzieri di molti.
Quando approdò dalle nostre parti trovò una situazione tutt’altro che semplice: una compagine dalle ossa rotte e dalle casse non proprio traboccanti. Eppure, sotto la polvere delle sconfitte e delle difficoltà, covava ancora una passione pronta a riaccendersi.
Forte dei ricordi giovanili e delle esperienze accumulate al seguito di Enguerrand VII de’ Coucy, Guglielmo non si lasciò scoraggiare. Portava con sé un bagaglio pieno di idee, entusiasmo e una convinzione incrollabile: che il traguardo raggiunto non fosse il punto d’arrivo, ma soltanto una tappa verso una meta ancora più ambiziosa.
E mentre nella città inclinata si combattevano altre battaglie, con seicento aspiranti pronti a contendersi una poltrona e un posto al sole, qualcuno iniziava già a sventolare le bandiere del successo ottenuto dal Cavallino. Attori e comprimari, protagonisti veri e presunti, tutti desiderosi di salire sul tetto del carro del vincitore, come spesso accade quando la gloria bussa alla porta.
Ma la storia racconta altro. Racconta di un risultato costruito giorno dopo giorno, sotto la guida del Generale e grazie al lavoro di chi ha continuato a crederci anche quando sembrava più facile arrendersi.
Per questo il messaggio che arriva da questa favola moderna è semplice: avanti, Cavallino. Le mete più difficili si raggiungono con volontà, convinzione e coraggio. E gli ostacoli, quando ci si crede davvero, non sono muri da temere ma barriere da saltare.
Perché i sogni, a volte, hanno bisogno soltanto di qualcuno disposto a inseguirli fino in fondo.


