La mattina del 5 marzo 1985 arrivammo all’Abetone per una gara FISI che avremmo dovuto disputare il giorno successivo. Viaggiavamo con tre auto: una Golf, la mia vecchia Fiat Uno e una Panda 1000. Più tardi sarebbe partito da Arezzo anche un pullman della Moretti Autotrasporti con circa 50 passeggeri, guidato dal capogita, il conosciutissimo “Lele”.
Verso le 9 del mattino iniziò a nevischiare, ma ben presto i fiocchi si fecero sempre più grandi e fitti. Quando arrivammo alla Pensione Carinzia, alla Dogana Nuova sul versante modenese, parcheggiammo le auto nel grande garage e venimmo a sapere che la strada alla Lima era stata chiusa: ormai sulla carreggiata c’era già mezzo metro di neve.
Verso le undici l’unico autobus che riuscì a valicare il passo fu proprio il nostro, quello dello Sci Club Tuscar Canaglia. Avevamo già prenotato le camere in tre alberghi per tutti gli iscritti. Sentimmo il clacson del pullman che, di traverso all’ultima curva prima della Dogana Nuova, arrivava nei pressi della pensione. Dal finestrino Lele incitava l’autista a proseguire: «Avanti miei prodi!», gridava, convinto del suo ruolo.
Decidemmo poi di far proseguire il mezzo verso Modena, così da permettere il ritorno ad Arezzo tramite l’autostrada. Intanto la nevicata continuava senza sosta: alle 17 la strada era già coperta da due metri di neve. Cenammo presto e andammo a dormire.
La mattina successiva lo spettacolo era incredibile: per scendere dal primo piano dovemmo quasi calarci. Le auto nel garage di fronte erano letteralmente murate da tre metri di neve. Con delle buste di plastica scivolammo verso il ponte, circa cento metri più a valle. Le spallette del ponte non si vedevano più, completamente sepolte.
Uno di noi si infilò dentro un grande sacco nero e si lanciò nel torrente: un salto di circa dodici metri, atterrando nella soffice coltre di neve. Poco dopo lo seguimmo tutti.
Il giorno nuovo portò finalmente il sole. Verso le 14 una turbina aprì un varco a senso unico verso il passo e quindi verso Le Regine. Alle 17 toccò a noi: dietro il fuoristrada Opel di Zeno, che faceva da staffetta, raggiungemmo il passo dove era stato preparato uno spazio molto più largo per il passaggio.
La mia Fiat Uno avanzava tra due muri di neve altissimi: il tetto arrivava quasi a metà delle pareti bianche ai lati della strada, e si riusciva a vedere oltre la neve solo in direzione Cutigliano.
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