Oh, stavolta l’avvocato Luca Fanfani un l’ha mandata a dire. In un’intervista al Corriere di Arezzo ha parlato a ruota libera di politica aretina, di elezioni e anche del referendum. E lo dice anche lui: qualcuno storcerà il naso, ma arrivato quasi a cinquant’anni preferisce dirle come le pensa piuttosto che far finta di nulla.
Si parte da quella che per lui è stata una grande occasione persa: la candidatura di Beppe Angiolini. Fanfani racconta che quando venne fuori l’idea di Angiolini sindaco gli pareva una novità vera, una roba capace di mettere insieme un po’ tutto il mondo aretino, dalle professioni all’impresa fino all’associazionismo. Insomma, sotto i portici di Piazza Grande quel giorno c’era parecchia gente che contava.
Poi però la cosa s’è sgonfiata. E secondo lui è stato proprio quel mondo moderato che avrebbe dovuto sostenerla a tirare indietro la mano.
Non gli sono piaciute neanche le parole di Vincenzo Ceccarelli, che aveva parlato di persone che avrebbero “circuito” Angiolini. Fanfani la prende di petto e dice chiaro che Angiolini non è certo uno che si fa raggirare da qualcuno.
Quando si parla del Pd, l’avvocato non usa tanti giri di parole. Dice che dopo l’uscita di Renzi il partito è cambiato parecchio e che oggi con quelle politiche lui non si ritrova quasi per nulla, né a livello nazionale né locale.
E alla domanda su che sindaco serva ad Arezzo la risposta è semplice: uno che abbia un lavoro vero e che sia conosciuto in città per quello che fa. Perché, ricorda, da quando i cittadini eleggono direttamente il primo cittadino, gli aretini hanno sempre scelto professionisti e non politici di mestiere.
La politica, comunque, in casa Fanfani è roba di famiglia. Il padre Giuseppe è stato sindaco e il prozio era Amintore Fanfani, uno dei padri della Repubblica. E proprio da lui, racconta, arrivava sempre lo stesso insegnamento: un politico deve avere prima di tutto un lavoro, perché solo così resta libero.
Poi lo sguardo si allarga alla politica nazionale. Fanfani vede due blocchi sempre più netti: da una parte il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dall’altra il campo progressista di Elly Schlein.
E qui sorprende un po’: dice di non aver votato Meloni, ma di essersi ricreduto sulla sua capacità politica e sulla concretezza mostrata al governo.
Quanto al referendum sulla giustizia, da penalista la sua posizione è netta: voterà sì. Secondo lui il sistema italiano è rimasto a metà strada e serve davvero separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Insomma, Fanfani stavolta ha parlato senza troppi filtri. E come dice lui stesso, qualcuno magari brontolerà… ma almeno le carte sono state messe sul tavolo. 🗞️


