AREZZO – Questo non è tifo, è appartenenza. È roba che ti scorre nelle vene. In trecento sotto il pullman, ma sembravano mille. Mille voci, mille cuori, un solo grido che spaccava l’aria: “Alè alè alè, Arezzo alè!”.
Fumogeni che colorano tutto di amaranto, bandiere che non smettono mai di sventolare, mani che battono a tempo come tamburi di guerra. Nessuno fermo, nessuno zitto. Qui si canta, si urla, si pretende.
La squadra sale, ma prima guarda. Deve guardare. Perché quella gente non è lì per caso: è lì per ricordare chi rappresenti quando entri in campo. Non è una partita, è una battaglia. E dietro avete una città intera.
Qualcuno batte sul pullman, qualcuno alza la sciarpa, tutti chiedono la stessa cosa: sudore, grinta, rispetto. Niente alibi, niente passi indietro.
Anche il presidente riprende tutto, ma certe scene non stanno in un video: stanno dentro. Sono benzina pura.
Trecento presenti, mille pronti a esplodere.
Ora tocca a voi: entrate in campo e fatevi sentire. Sempre.

