Secondo quanto riportato dal quotidiano La Nazione, il colosso orafo aretino Unoaerre sarebbe finito nel mirino di un attacco hacker internazionale con tanto di richiesta di riscatto in bitcoin da quasi 4 milioni di euro. Un blitz digitale che avrebbe mandato in tilt i sistemi aziendali proprio alla vigilia di OroArezzo, trasformando per qualche ora i server dell’oro in un gigantesco “pc bloccato, riavviare più tardi”.
AREZZO – Una volta c’erano i banditi col passamontagna e la fiamma ossidrica. Oggi invece ti sequestrano tutto stando in ciabatte davanti a un pc dall’altra parte del mondo. Benvenuti nel Far West digitale, dove invece del caveau ti svaligiano i server e invece del “mani in alto” arriva una mail con scritto: “Bonifico in bitcoin o vi si spegne anche la macchinetta del caffè”.
È successo alla Unoaerre, colosso dell’oro aretino, colpita venerdì da un attacco hacker degno di un film americano fatto però tra Indicatore e l’Est Europa.
Secondo quanto emerso, i pirati informatici avrebbero paralizzato i sistemi aziendali mandando nel caos computer, programmi e infrastruttura digitale. All’inizio qualcuno avrà pure pensato: “Sarà Windows che fa gli aggiornamenti”. Poi però s’è capito che non era il solito pc inchiodato, ma un attacco bello e buono.
E infatti, dopo il blocco, è arrivata pure la richiesta di riscatto:
“Dateci 3,8 milioni in bitcoin e vi restituiamo tutto”.
Tradotto: il pizzo 2.0. Altro che lupara e coppola. Ora il mafioso parla inglese tecnico e ti ricatta con le criptovalute.
L’azienda, però, avrebbe risposto con un elegante equivalente aretino del “ma anche no”, rifiutando ogni trattativa. Nel frattempo sono partite le operazioni di emergenza: dipendenti fatti uscire, sistemi isolati e tecnici informatici chiusi dentro agli uffici più o meno come gli artificieri quando c’è una bomba da disinnescare.
Le indagini parlano di triangolazioni tra Medio Oriente ed Europa dell’Est. In pratica mezzo mondo collegato per tentare il colpo grosso nel distretto orafo aretino. Perché ormai il vero oro non sta solo nei caveau: sta nei dati, nei progetti, nei clienti e nelle password appuntate sul post-it attaccato allo schermo con scritto “1234”.
Per fortuna, almeno dalle prime verifiche, la produzione non si sarebbe fermata e non risultano danni irreversibili. Ma resta la paura per eventuali dati sensibili finiti nelle mani sbagliate.
E pensare che una volta il massimo dell’hackeraggio ad Arezzo era il cugino che ti metteva TeleTu al posto di Canale 5 col decoder nuovo. Ora invece ci sono bande internazionali che puntano direttamente al cuore digitale delle aziende del lusso.
Morale della favola: oggi l’oro si protegge con porte blindate, guardie giurate e pure con l’antivirus aggiornato. Perché nel 2026 il bandito non scappa più col sacco sulle spalle. Scappa col file zippato.


