Perdere 3-2 contro l’Atalanta dopo essere andati avanti di due gol può lasciare due sensazioni.
La prima è quella del tifoso pessimista, professionista del bicchiere vuoto e campione provinciale di mugugno: “S’era avanti due a zero e s’è perso”.
La seconda, leggermente più utile, è che l’Arezzo per un tempo ha guardato negli occhi una squadra di Serie A, l’ha colpita due volte e l’ha costretta a rincorrere.
E questa, a luglio, vale assai più del risultato scritto sul tabellino.
Gli amaranto hanno cominciato la partita con personalità, senza mettersi tutti dietro ad aspettare che passasse la piena. Arena ha trovato un gran gol, Illanes ha raddoppiato di testa e per quarantacinque minuti l’Arezzo ha dato l’impressione di sapere esattamente cosa fare.
Non una squadra impaurita, non una comparsa invitata a Zingonia per far allenare gli altri. Una formazione corta, ordinata, intensa e capace di concedere pochissimo.
Poi nella ripresa Sarri ha aperto il garage dell’Atalanta e ha tirato fuori Ederson, Maldini, Krstovic e compagnia assortita. Bucchi, invece, ha cambiato praticamente tutta la squadra per dare minuti a tutti.
Da quel momento la partita è cambiata, come era abbastanza prevedibile. Perché quando gli altri possono permettersi di sostituire un nazionale con un altro nazionale, mentre tu sei ancora in piena preparazione, la geometria del calcio diventa improvvisamente meno democratica.
L’Atalanta ha alzato ritmo, qualità e pressione, ribaltando il risultato in poco più di venti minuti. Ma l’Arezzo non si è sciolto, non è sparito e nel finale ha pure sfiorato il pareggio con Cianci.
La sconfitta, quindi, resta buona per le statistiche estive e per chi ama fare classifiche delle amichevoli, disciplina olimpica molto praticata nei bar.
Quello che interessa davvero è altro.
Interessa che Arena abbia già mostrato qualità e coraggio. Interessa che Illanes sappia rendersi pericoloso sulle palle inattive. Interessa che il centrocampo abbia retto fisicamente e tatticamente. Interessa che Bucchi stia costruendo una squadra che prova a giocare, invece di limitarsi a sopravvivere.
Naturalmente non è tutto perfetto.
Nella ripresa, con il ritmo alzato, sono emerse distanze da sistemare, automatismi ancora da trovare e una differenza di passo inevitabile contro avversari di questo livello. Ma siamo a luglio, non alla domenica decisiva di maggio.
Le amichevoli servono proprio a questo: capire dove sei, cosa funziona e dove rischi di prendere una labbrata appena l’avversario accelera.
E l’Arezzo, contro l’Atalanta, ha capito di avere già una base interessante.
Due giorni fa il pareggio con la Folgore Caratese aveva fatto storcere qualche naso. Stavolta, pur perdendo, gli amaranto escono dal campo con più certezze. Misteri del calcio, sport nel quale si può giocare male e pareggiare oppure giocare bene e perdere, così almeno i tifosi hanno sempre qualcosa su cui discutere.
Il risultato dice Atalanta 3, Arezzo 2.
Il campo, però, dice anche che il Cavallino c’è, ha idee, ha gamba e non sembra intenzionato a presentarsi in Serie B con il cappello in mano.
Adesso restano le amichevoli contro Albinoleffe e Parma, poi arriverà la Coppa Italia con l’Union Brescia.
Lì cominceranno le partite che contano davvero.
Intanto, a Zingonia, l’Arezzo ha perso un’amichevole ma ha guadagnato un po’ di fiducia. E a fine luglio, senza bisogno di organizzare caroselli in piazza Guido Monaco, non è affatto poco.
Foto: S.S. Arezzo


