La 74ª edizione del Concorso Polifonico Internazionale Guido d’Arezzo si è conclusa con la vittoria del Telkom University Choir dell’Indonesia, diretto da Aldo Randy Ginting.
Un successo meritato sul piano musicale: il coro indonesiano ha conquistato il Gran Premio Città di Arezzo, aveva già vinto la competizione di canto popolare e ottenuto il terzo premio nel programma monografico.
Tutto molto bello. Tutto molto internazionale. Talmente internazionale che, per trovare i partecipanti, bisognava cercarli dietro ai giurati.
Secondo la segnalazione arrivata in redazione, i cori in gara sarebbero stati appena cinque. La giuria internazionale ufficialmente annunciata, invece, era composta da sette esperti provenienti da Italia, Slovacchia, Finlandia, Slovenia, Argentina e Svezia.
Più giurati che cori
Praticamente ogni formazione poteva avere il proprio giudice personale e avanzava anche qualcuno per arbitrare il parcheggio.
La Fondazione Guido d’Arezzo aveva prorogato le iscrizioni fino al 31 maggio, probabilmente nella speranza che qualche coro, preso dai sensi di colpa, decidesse di partire all’ultimo momento. Ma il grande assalto internazionale non sembra esserci stato.
In compenso la giuria era degna del processo di Norimberga della polifonia: sette specialisti per stabilire chi aveva cantato meglio fra un numero di concorrenti che poteva entrare comodamente dentro un pulmino.
Se fossero arrivati gli 855 gruppi immaginati dal nostro lettore, mantenendo le stesse proporzioni, avremmo avuto bisogno di circa 1.200 giurati. Il Caurum non sarebbe bastato e probabilmente avremmo dovuto requisire anche il palazzetto, il Teatro Petrarca e metà parcheggio dell’Esselunga.
Naturalmente essere in pochi non significa essere scarsi. Il Telkom University Choir ha dimostrato qualità, preparazione e versatilità, conquistando il premio più importante davanti agli italiani Nox e Gruppo Vocale Garda Trentino.
Il problema non sono quelli che sono venuti. Il problema sono tutti quelli che non sono più venuti.
Il Polifonico è nato nel 1952 ed è una delle manifestazioni culturali più prestigiose della città. Gli aretini di qualche generazione fa lo aspettavano come una finestra sul mondo: arrivavano cori da ogni angolo d’Europa, le strade si riempivano di lingue straniere e qualcuno, più interessato alla geografia sentimentale che alla musica sacra, sperava di “intoppare” qualche cantante svedese.
Il babbo del nostro lettore, per esempio, pare aspettasse il Polifonico tutto l’anno. Non distingueva forse un contralto da un soprano, ma sulla scuola corale scandinava aveva sviluppato un interesse scientifico di primissimo livello.
Una volta le svedesi erano apprezzatissime in Italia, e non certo per una masterclass sulla polifonia rinascimentale. Il mi’ babbo aspettava il Polifonico tutto l’anno nella speranza d’intoppare qualche cantante scandinava: magari non distingueva un soprano da un contralto, ma sulle bionde venute dal Nord aveva un orecchio assoluto.
Dalla Svezia è arrivata una giurata
È già qualcosa, ma per il babbo sarebbe stata una delusione organizzativa: sette persone a dare i voti e nemmeno una corista svedese a cui chiedere, con rigoroso spirito internazionale, dov’era Piazza Grande.
I tempi cambiano, per fortuna. I cori arrivano dall’Indonesia, dalla Cina e dalle Filippine e il Polifonico continua ad aprire Arezzo al mondo. Il punto non è la provenienza, la religione o come si vestono le cantanti: il punto è capire quanto il concorso riesca ancora ad attrarre formazioni internazionali e quale sia il rapporto fra dimensioni, risultati e risorse impiegate.
Perché sette giurati internazionali comportano presumibilmente viaggi, soggiorni e rimborsi. Non sappiamo quanto siano costati e non affermiamo che siano stati spesi male. Sarebbe però utile conoscere il bilancio dettagliato della manifestazione: contributi pubblici, sponsorizzazioni, spese organizzative, ospitalità e numero effettivo dei cori iscritti, ammessi e presenti.
La cultura costa ed è giusto finanziarla. Proprio per questo deve poter raccontare con chiarezza quanto costa, chi coinvolge e quali risultati produce.
Altrimenti il rischio è che il Polifonico rimanga internazionale soprattutto nella composizione della giuria, mentre sul palco i cori diminuiscono e in platea finiamo tutti a fare il controcanto alle sedie vuote.
Immagine satirica generata con intelligenza artificiale; la scena e i personaggi rappresentati non sono reali


