🍷 Il calice amaranto
Opinioni, impressioni e analisi sul mondo dell’Arezzo calcio viste dalla parte del tifoso. Una rubrica di Cesare Fracassi, tra campo, mercato e passione amaranto.
Alla vigilia di Arezzo-Palermo, Cristian Bucchi non vende miracoli e non tira fuori conigli dal cilindro. Dice invece cose molto meno spettacolari e probabilmente molto più utili: umiltà, volontà del collettivo e capacità di andare oltre i propri limiti.
Contro chiunque.
Figuriamoci contro il Palermo, che per Bucchi resta la numero uno del campionato, almeno sulla carta.
Il tecnico amaranto ha messo alcuni punti fermi. Iaccarino è al centro del gioco, la rosa al momento è questa, Tavernelli è recuperato e soprattutto squadra, società e pubblico dovranno continuare a essere una cosa sola.
E qui il tifoso drizza le orecchie.
Perché se l’Arezzo deve affrontare la Serie B con l’idea di compensare quello che manca sulla carta mettendoci qualcosa in più sul campo, allora c’è un giocatore che sembra uscito direttamente dal discorso di Bucchi.
Artur Ionita.
Il legionario
Scomodare Daci, Romani e Traiano per una partita di calcio sarebbe già abbastanza da meritarsi un’interrogazione a settembre. Quindi facciamola semplice: Ionita è moldavo, ha 36 anni e, dentro questo Arezzo, ha l’aria di uno che in campo non viene per partecipare alla gita.
È il nostro legionario.
Uno di quelli che non hanno bisogno di battere il pugno sul petto ogni tre minuti per farti capire che ci tengono.
Ad Avellino lo abbiamo visto elevarsi nel finale e piantare di testa il pallone della vittoria. A 36 anni, in Serie B, dopo novanta minuti.
Sembrava quasi che gli altri fossero rimasti sotto e lui avesse deciso che il tetto della partita spettava soltanto a lui.
Una roba che, vista dalla parte del tifoso, ti fa dimenticare per qualche secondo carta d’identità, moduli e statistiche.
Ionita non è soltanto esperienza.
È soprattutto mentalità.
In allenamento mi è capitato di vederne una che racconta parecchio del personaggio. Un compagno, uno che peraltro non disdegna affatto la battaglia, resta a terra dolorante dopo un contrasto. Il pallone è lì vicino.
Arriva Ionita.
Altro che infermeria da campo.
Gli spedisce il pallone contro la coscia quasi a dirgli:
“Alzati, che qui s’ha da giocare.”
Metodo pedagogico moldavo. Forse non entrerà nei manuali federali, ma il concetto arriva chiarissimo.
Perché Ionita sembra vivere il calcio così: se puoi stare in piedi, stai in piedi. Se puoi correre, corri. Se puoi dare cento, prova a dare centouno. E se il compagno accanto rallenta, possibilmente lo trascini con te.
Padre, maestro, rompiscatole quando serve.
Legionario, appunto.
Bucchi ha detto cosa servirà. Ionita lo fa già
E allora la conferenza stampa di Bucchi, vista da dietro e ascoltata con le orecchie del tifoso, alla fine si può riassumere così.
Il Palermo avrà probabilmente più qualità, più alternative e una rosa costruita per stare lassù.
L’Arezzo dovrà metterci umiltà, organizzazione, sacrificio e quella voglia di andare oltre le proprie possibilità di cui parla Bucchi.
Poi ci sarà il Comunale.
E lì cambia qualcosa.
Perché quando squadra, società e pubblico riescono davvero a diventare quel tutt’uno evocato dall’allenatore, le classifiche dei valori smettono almeno per novanta minuti di essere matematica.
Contro il Palermo serviranno undici giocatori pronti a ragionare da squadra.
Ma se qualcuno domenica volesse sapere da che parte cominciare per capire lo spirito richiesto da Bucchi, basta guardare quello con il numero 17.
Artur Ionita.
Trentasei anni, esperienza da vendere e ancora abbastanza cattiveria agonistica da non accettare nemmeno che un compagno rimanga troppo a lungo per terra.
Il Palermo porterà ad Arezzo una delle corazzate della Serie B.
Noi, nel dubbio, un legionario ce l’abbiamo già.


