Parte Prima
Non era un’Amanita falloide, ma un indizio inquietante lasciato dall’assassino: un Rubrobolete satanas, il famigerato “porcino malefico”, infilato nella bocca del cadavere ritrovato ai margini del bosco, lungo una stradina bianca sopra Lisciano Niccone.
Il corpo apparteneva a un uomo sulla quarantina. Vestiva abiti scuri, presentava un principio di calvizie sulla nuca, scarpe nere con lacci e punta tonda. Ai lati del collo c’erano delle chiazze rossastre, forse causate da sfregamenti. Occhi chiari, naso affilato leggermente a goccia, e un portamento distinto.
A fare la macabra scoperta fu una turista del Turkmenistan, Gabart Bartalat, ospite di un resort a cinque stelle nei pressi di Cortona. Era andata a cercare funghi nella zona di Casavecchia. Tornando verso la sua Suzuki Jeep, parcheggiata vicino a un vecchio stalletto ricoperto di rampicanti, in un’area che doveva essere l’aia di una casa colonica abbandonata, si trovò di fronte al cadavere.
Sconvolta, non si fermò né a Lisciano né a Mercatale, ma proseguì fino al valico dove, per riprendersi dallo shock, ordinò un bicchierino di vodka al ristorante Belvedere. Lì raccontò tutto al proprietario, che chiamò immediatamente i carabinieri di Cortona.
Parte Seconda
A Mercatale le due pattuglie si incontrarono. Volpato e i suoi lasciarono l’incombenza ai colleghi umbri. Ma prima di giungere alla casa colonica, la Fiat Ritmo bucò la ruota posteriore destra. L’appuntato Barra fu costretto a cambiarla da solo, impolverandosi la divisa e macchiando di nero la striscia rossa dei pantaloni. Ne fu addolorato: era scapolo e per il bucato si affidava alla signora Mirella Lavacca, la sua padrona di casa, che esigeva in cambio prestazioni sessuali.
Lavacca, sessantenne, formosa e famelica, era vedova da vent’anni. La prima volta che aveva avuto un rapporto con Barra fu quando, dimenticandosi di chiudere la porta del bagno, lei entrò, si spogliò e si gettò su di lui con slancio animalesco.
Riparata l’auto, giunsero infine alla casa colonica. Bartalat li guidò attraverso campi incolti fino a un ruscello. Sull’altra sponda, un sentiero più largo si apriva tra due zone di bosco. Dopo un centinaio di metri trovarono il cadavere col fungo malefico in bocca.
Parte Terza
Il povero Barra fu dimenticato in quel posto sperduto, senza pranzo né acqua, quando arrivarono due camionette, un’ambulanza e il procuratore di Perugia, Orlando Rossi. Uomo colto e appassionato di volo, aveva pubblicato una tesi sul possibile collegamento tra il Mostro di Firenze e un oscuro caso di suicidio (o omicidio) in un campeggio sul Trasimeno.
I carabinieri perlustrarono l’area senza trovare altri indizi. Il povero Barra, nel frattempo, colto da crampi addominali dopo un succo di frutta, si allontanò tra le frasche per non contaminare la scena, rendendo però l’aria irrespirabile. Il cadavere fu quindi avvolto in un sacco di plastica resistente e portato fino alla casa colonica, dove si trovavano le auto.
Dopo due giorni si scoprì che il morto era Don Mario Combi, sacerdote di un monastero nei pressi di Cagli. In quel luogo si praticavano esorcismi e giungevano fedeli da tutta Italia. Doveva celebrare un matrimonio tra una donna “sdiavolata” e un giovane albanese appena uscito dal carcere. Ne era stata denunciata la scomparsa.
Don Combi aveva studiato dai gesuiti, preso i voti a Pesaro, e officiava in un monastero isolato. Voci locali parlavano di messe nere e orge, ma un’indagine della Segugio Ltd concluse che al massimo si celebravano matrimoni per far ottenere la cittadinanza italiana a stranieri.


