Intanto alla redazione è arrivata una segnalazione da parte di un commerciante convinto che tra le quaranta vetrine in gara qualcosa non torni. Proprio mentre domenica 28 giugno, durante “Calici sotto la Curva”, Orgoglio Amaranto si prepara a premiare L’Occhialaio, Pizzeria Dini e Parrucchiera Cristina, c’è chi avrebbe già apparecchiato il tavolo del sospetto e sarebbe pronto a chiedere spiegazioni. Con il rischio che, tra un calice e l’altro, qualcuno domandi pure il riconteggio dei cimeli.
Ad Arezzo si sa: quando c’è di mezzo l’amore per l’amaranto, anche una vetrina può diventare materia da processo internazionale.
Dopo settimane di sciarpe, maglie storiche, Subbuteo, biglietti degli anni Ottanta e attrezzi da lavoro trasformati in opere d’arte calcistiche, Orgoglio Amaranto ha incoronato i tre vincitori del concorso “Vetrine Amaranto”, mettendo in palio altrettanti abbonamenti di curva.
A trionfare sono stati l’Occhialaio di Corso Italia con la vetrina “Sei bella come la rovesciata di Menchino Neri”, la Pizzeria Dini di Capolona con il “Piccolo museo dell’Arezzo” e la Parrucchiera Cristina con la sua “Pasqua Amaranto”.
Ma ad Arezzo, si sa, un verdetto senza polemiche sarebbe come la Giostra senza i quartieri.
E così, mentre i vincitori stappano il prosecco e lucidano le sciarpe, tra alcuni dei quaranta partecipanti starebbe già serpeggiando il dubbio più classico del mondo amaranto:
“Com’è possibile che la mia vetrina, che c’aveva anche i biglietti del ’84 e la maglia di Dell’Omodarme, un abbia vinto nemmeno un abbonamento?”
C’è chi giura di aver ricevuto una quantità industriale di complimenti, chi sostiene di aver avuto “più voti delle Nazioni Unite” e chi starebbe già studiando il regolamento con la stessa attenzione riservata ai fuorigioco millimetrici.
Secondo indiscrezioni raccolte al banco del caffè e davanti alle paste della domenica, qualcuno sarebbe pronto a chiedere spiegazioni, convinto che dietro ai risultati ci sia stato qualche favoritismo.
Naturalmente, per ora, si tratta soltanto di mugugni da marciapiede e sospiri da tifoso ferito.
Perché ad Arezzo, quando si parla del Cavallino, si può discutere di allenatori, presidenti, arbitri e perfino delle vetrine.
Ma una cosa resta sacra più della classifica: la certezza assoluta che, se non s’è vinto, dev’esserci per forza qualcosa che un torna.


