Stamattina in piazza Risorgimento è andato in scena il secondo capitolo dell’operazione “salviamo la fontana”, una saga urbana che ormai ha più puntate di una soap opera turca.
Dopo essere stata panchina, cestino per i rifiuti, vasca per l’acqua piovana e infine bersaglio involontario di un camion della nettezza urbana, la povera fontana ha ricevuto finalmente una bella ripulita.
Al lavoro gli uomini dell’Autospurgo Ortiz, arrivati con autobotte, tubi e tutta l’attrezzatura necessaria per aspirare quello che negli anni la città aveva generosamente depositato dentro la vasca. Perché ad Arezzo anche le fontane, quando smettono di funzionare, vengono immediatamente riconvertite: un po’ arredo urbano, un po’ discarica partecipata.
Dopo la botta del camion era stato ricostruito il bordo danneggiato. Adesso è arrivata la pulizia interna. Pietra sistemata, vasca svuotata e mosaici nuovamente visibili: esteticamente, insomma, siamo quasi tornati nel mondo civile.
Quasi.
Perché resta ancora da risolvere il piccolo particolare che distingue una fontana da una fioriera senz’anima: l’acqua dovrebbe uscire dagli ugelli, possibilmente senza aspettare il prossimo temporale.
Al momento, infatti, il rischio è che la vasca torni a riempirsi soltanto quando pioverà. Un sistema idrico completamente ecologico, a costo zero e con gestione affidata direttamente alle perturbazioni atlantiche.
Noi, inguaribili romantici, continuiamo comunque a sognare gli zampilli. Non una panchina, non un cestino, non una piscina per cartacce e mozziconi. Una fontana vera, di quelle con l’acqua che scorre.
Dopo la riparazione e l’autospurgo, sarebbe persino il finale più logico. Ed è proprio questo che, conoscendo i lavori pubblici, comincia a preoccuparci.


