HomeArezzo oggiSe volete sballarvi, fate pure: tanto siamo già tutti fatti

Se volete sballarvi, fate pure: tanto siamo già tutti fatti

A Vico Equense una chat con circa 300 iscritti segnalava in tempo reale la presenza dei Carabinieri. Ma guardandoci intorno viene un dubbio: siamo davvero una società sobria che combatte lo sballo, o siamo semplicemente drogati di qualcos’altro?

-

Se volete sballarvi, fate pure: tanto siamo già tutti fatti

A Vico Equense una chat con circa 300 iscritti segnalava in tempo reale la presenza dei Carabinieri. Ma guardandoci intorno viene un dubbio: siamo davvero una società sobria che combatte lo sballo, o siamo semplicemente drogati di qualcos’altro?

A Vico Equense circa 300 persone erano in una chat che segnalava la presenza delle forze dell’ordine. Il fatto è serio, ma la domanda è più larga: in una società drogata di notifiche, ego e indignazione, chi è davvero “sobrio”?
Da qui una provocazione: in una società dipendente da notifiche, visibilità, rancore, shopping e indignazione, siamo sicuri che lo “sballo” riguardi soltanto le droghe?

Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali.

A Vico Equense, nel Napoletano, i Carabinieri hanno scoperto un gruppo WhatsApp con circa 300 partecipanti utilizzato per segnalare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Il nome era già un programma: “PDB Allert”, dove PDB starebbe per “posti di blocco”. La chat è emersa durante gli accertamenti successivi a un’operazione antidroga che ha portato all’arresto di un ventenne.

Praticamente Waze, ma per chi aveva esigenze logistiche un po’ diverse dal trovare la strada meno trafficata.
Uno vedeva i Carabinieri, prendeva il telefono e avvertiva gli altri.
Efficienza, collaborazione, partecipazione territoriale.
Se avessimo la stessa organizzazione per segnalare le buche, fra sei mesi Arezzo sembrerebbe la Svizzera.

La vicenda fa sorridere fino a un certo punto. Perché mentre le forze dell’ordine passano giornate, notti, domeniche e feste comandate a contrastare spaccio e traffico di stupefacenti, viene spontanea una domanda probabilmente impopolare.

Ma se una parte della società vuole sballarsi a tutti i costi, siamo sicuri che il problema sia soltanto quello che si fuma, si sniffa o si ingoia?
Perché a guardarsi intorno noi siamo già sballati parecchio.
Solo che molte delle nostre droghe hanno l’abbonamento mensile.

La droga più diffusa? La notifica

Ci svegliamo e guardiamo il telefono.
Andiamo al bagno col telefono.
Facciamo colazione col telefono.
Attraversiamo la strada col telefono.
Ceniamo insieme guardando quattro telefoni diversi.
Poi ci preoccupiamo perché un ragazzo ha bisogno di una sostanza per alterare la percezione della realtà.
Noi la realtà abbiamo smesso direttamente di frequentarla.
Ci sono le notifiche, i reel, le visualizzazioni, i cuoricini, i follower, le storie, i gruppi WhatsApp, i vocali di sette minuti registrati da persone che evidentemente ritengono il proprio pensiero patrimonio dell’umanità.
Abbiamo inventato una macchina che ci consente di accedere in pochi secondi a buona parte della conoscenza prodotta dalla civiltà umana.
La usiamo per vedere chi ha smesso di seguirci su Instagram.
Un risultato notevole.

Tutti protagonisti, anche quando non succede nulla

Poi c’è la droga del protagonismo.
Un tempo per diventare famoso dovevi almeno saper cantare, correre, recitare, dipingere, scrivere o rapinare un treno.
Oggi basta avere uno smartphone e una sufficiente fiducia nell’interesse pubblico della propria colazione.
Tutti fotografano tutto.
Il piatto.
La palestra.
Il tramonto.
Il funerale.
Il pronto soccorso.
La macchina nuova.
La macchina incidentata.
Il cane.
Il cane del vicino.
Se un meteorite dovesse cadere domani in piazza Grande, probabilmente metà dei presenti morirebbe cercando l’inquadratura verticale giusta.
Essere non basta più.
Bisogna essere visti mentre si è.

Maschi alfa, femministe da reel e rivoluzionari col Wi-Fi

Poi ci siamo drogati anche di appartenenza.
Maschilismo da bar.
Machismo da palestra.
Femminismo ridotto qualche volta a slogan da quindici secondi.
Conservatori che vedono la caduta dell’Occidente in un paio di pantaloni.
Progressisti che individuano il fascismo anche nel vicino che non fa la differenziata.
Patrioti digitali.
Rivoluzionari col Wi-Fi.
Antisistema con l’iPhone da 1.400 euro pagato a rate.
Ognuno deve appartenere a qualcosa e, soprattutto, deve trovare qualcuno da combattere.
Perché avere un’opinione non basta più.
Bisogna avere un nemico.

Una volta mandavi a quel paese. Oggi chiami l’avvocato

C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, in cui uno ti guardava male.
Tu gli dicevi: “Che c’hai?”
Lui rispondeva qualcosa.
Partiva un vaffa.
Cinque minuti dopo ognuno tornava ai fatti propri.
Non era il migliore dei mondi possibili, ma almeno aveva tempi amministrativi ragionevoli.
Oggi basta una parola sbagliata, uno sguardo interpretato male, una battuta infelice o una provocazione appena più appuntita e parte l’apparato industriale.
Screenshot.
Post indignato.
Condivisione.
Amici degli amici.
Commenti.
Controcommenti.
Shitstorm.
“Vergogna!”
“Dimettiti!”
“Ci vediamo nelle sedi opportune.”
PEC.
Diffida.
Avvocato.
Querela.
Tribunale.
Naturalmente gli avvocati fanno il loro mestiere. Il problema non sono loro.
Il problema siamo noi che stiamo trasformando ogni scazzo da bar in una causa davanti alla Corte dell’Aia.
I tribunali sono pieni anche perché abbiamo perso una capacità antichissima e rivoluzionaria:
farcela passare.

Abbiamo trasformato l’indignazione in uno sport

C’è poi un’altra sostanza potentissima e perfettamente legale.
L’indignazione.
Costa niente e dà subito una meravigliosa sensazione di superiorità morale.
Basta aprire Facebook.
Uno scrive una sciocchezza.
Centocinquanta persone che fino a dieci secondi prima stavano facendo tutt’altro accorrono per spiegargli perché è un cretino.
Dopo altri cinque minuti non si discute più dell’argomento iniziale.
Si discute della Resistenza, del vaccino, dell’Ucraina, della Palestina, dei marciapiedi, dei ciclisti, dei SUV, del Comune e probabilmente anche del rigore non dato all’Arezzo nel 1998.
Tutto contemporaneamente.
Il cervello umano evidentemente non era stato progettato per questo.
E infatti comincia a vedersi.

Compriamo cose per riempire posti che le cose non riempiono
Poi c’è lo shopping.
La macchina più grossa.
Il telefono nuovo.
La cucina nuova.
L’orologio.
Le scarpe.
La vacanza che deve essere fotografata abbastanza da dimostrare agli altri che ci siamo divertiti.
Compriamo oggetti per impressionare persone che spesso non sopportiamo utilizzando soldi che magari dobbiamo ancora guadagnare.
E appena abbiamo ottenuto qualcosa ne vogliamo un’altra.
Non è molto diverso dal meccanismo di certe dipendenze.
Serve un’altra dose.
Solo che arriva col corriere.

E poi il gioco, il sesso, il successo, la palestra, il lavoro

Possiamo diventare dipendenti praticamente da tutto.
Dal gioco.
Dal sesso.
Dal lavoro.
Dalla palestra.
Dal cibo.
Dalla dieta.
Dal successo.
Dalla politica.
Dalla rabbia.
Dall’approvazione degli altri.
Perfino dal sentirci vittime.
C’è gente che senza un torto da raccontare non saprebbe più come presentarsi.
Abbiamo trasformato l’esistenza in una gigantesca competizione a chi è più bello, più ricco, più perseguitato, più intelligente, più sensibile, più macho, più alternativo, più autentico.
Autentici, naturalmente, tutti davanti a una fotocamera.

E allora lasciateli drogare?
No.
O almeno, non è questo il punto.
Lo spaccio resta un problema serio. Le organizzazioni criminali che vivono sul traffico di droga sono un problema enorme. Guidare sotto effetto di sostanze mette in pericolo innocenti. Coinvolgere minorenni è intollerabile. E quando una dipendenza distrugge una persona e la sua famiglia non c’è niente da ridere.
Ma forse dovremmo smetterla di raccontarci che esiste da una parte una società sana, equilibrata e razionale e dall’altra “quelli che si drogano”.
La linea è molto meno netta.
La domanda seria dovrebbe essere un’altra:
perché abbiamo così bisogno di alterare continuamente il modo in cui ci sentiamo?Con una canna.
Con una bottiglia.
Con una slot.
Con Instagram.
Con cento notifiche.
Con una lite su Facebook.
Con un acquisto.
Con una conquista sessuale.
Con qualcuno che ci dica che siamo belli, importanti, desiderabili, indispensabili.
Forse il mercato cambia prodotto, ma il cliente è sempre quello.
Noi.

Il particolare trascurabile: dobbiamo morire

E poi c’è quella faccenda che tendiamo elegantemente a rimuovere.
Il tempo passa.
A vent’anni sembra infinito.
Trent’anni sono un’altra galassia.
Quaranta sembrano lontani.
Poi ne hai sessanta e scopri che Natale arriva ogni tre mesi.
Se ti va bene.
E comincia la stagione in cui molti vivono più di ricordi che di programmi.
Le fotografie aumentano.
Le persone nelle fotografie diminuiscono.
Qualcuno non c’è più.
Qualcun altro non lo vedi da vent’anni.
Qualche sogno è rimasto indietro.
E improvvisamente capisci quanto tempo hai buttato per dimostrare di avere ragione a gente di cui oggi non ricordi nemmeno il cognome.
“Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”, dice una formula antica.
Tradotto per il 2026:
prima o poi finisce tutto, anche la discussione su Facebook.
Persino quella.

Vivi l’attimo. Ma vivilo davvero

Quindi sì, vivi l’attimo.
Ma vivilo.
Non fotografarlo soltanto.
Non trasformarlo immediatamente in contenuto.
Non passarlo a controllare chi ti ha messo il like.
Non rovinarlo pensando a una vendetta di sette anni prima.
Non aspettare che il vicino compri qualcosa per comprarne una più grossa.
Non perdere tre giorni perché uno sconosciuto ti ha scritto “boomer”.
Mangia.
Ridi.
Ama.
Fai sesso.
Cammina.
Bevi un bicchiere se ti piace.
Fai una telefonata.
Perdona qualcuno ogni tanto.
Manda pure qualcuno a quel paese quando serve, possibilmente senza coinvolgere quattro studi legali.
Perché tanto la bara non ha il portabagagli.
E non risulta che all’ingresso dell’aldilà controllino quanti follower avevi.

Nel frattempo, “PDB Allert”

E così torniamo ai circa 300 iscritti della chat di Vico Equense.
Trecento persone che, secondo quanto emerso, si scambiavano informazioni sulla posizione delle forze dell’ordine. Gli investigatori stanno ora approfondendo contenuti e utenti del gruppo.
Fa impressione l’organizzazione.
Fa riflettere il motivo.
Ma soprattutto offre involontariamente una fotografia perfetta del nostro tempo.
Abbiamo il GPS.
Abbiamo l’intelligenza artificiale.
Abbiamo satelliti.
Abbiamo smartphone più potenti dei computer che portarono l’uomo sulla Luna.
E li usiamo per avvisarci:
“Occhio, ci sono i Carabinieri.”
Forse il problema non è che ci mancano strumenti.
È che abbiamo il cervello in pappa.
Negazionisti e terrapiattisti, naturalmente, sosterranno che è colpa delle scie chimiche.

E almeno, per una volta, avremo chiuso il cerchio.

Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here

Il Forestiero
Il Forestiero
Il Forestiero dell’Ortica è la firma collettiva dedicata alle notizie curiose, sorprendenti e talvolta surreali che arrivano da fuori Arezzo. Guarda la Toscana, l’Italia e il mondo con l’occhio pungente dell’Ortica: i fatti sono veri, le fonti verificate e le punture sono tutte nostre.

Punture scelte

La teoria del doppio culo e la rotatoria di Via Fiorentina

La teoria del “doppio culo” e la rotatoria di Via Fiorentina Ad Arezzo la fisica e la logica formale sono state ufficialmente archiviate. La città risponde...
clickandfly dervizi foto video con drone o senza per agriturismi cantine

I più letti della settimana

Dello stesso autore

L’Ortica punge gratis, ma mantenerla costa

Se questo articolo ti è piaciuto, irritato o almeno evitato cinque minuti di Facebook, puoi offrirci un caffè. Anche 3 euro aiutano L’Ortica a restare libera, indipendente e fastidiosa.

Offri un caffè all’Ortica ☕