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Sul Castro è arrivata la sicurezza: gli alberi, invece, hanno perso l’indirizzo

Il comitato delle vie Duranti, Pieraccini e Recapito denuncia il mancato ripristino del verde dopo i lavori del Genio Civile: resta una muraglia di circa 300 metri e vengono sollevati dubbi anche sulla protezione del percorso sull’argine

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Sul Castro è arrivata la sicurezza: gli alberi, invece, hanno perso l’indirizzo

Il comitato delle vie Duranti, Pieraccini e Recapito denuncia il mancato ripristino del verde dopo i lavori del Genio Civile: resta una muraglia di circa 300 metri e vengono sollevati dubbi anche sulla protezione del percorso sull’argine

Ad Arezzo i lavori di sistemazione idraulica del torrente Castro sono terminati. A dirlo, secondo gli abitanti delle vie Duranti, Pieraccini e Recapito, sarebbe stata una comunicazione informale ricevuta dal Genio Civile.

A confermarlo visivamente c’è soprattutto un muro lungo circa 300 metri, circondato da terra battuta, erbacce e parecchio sole. Gli alberi che prima caratterizzavano la zona non ci sono più e, almeno per ora, non risulterebbero previsti nuovi interventi.

La sicurezza idraulica, insomma, è arrivata. Il verde deve aver sbagliato pratica.

Tre incontri e alberi discussi fin quasi per nome

Il comitato spontaneo degli abitanti precisa di non essere contrario alla messa in sicurezza del torrente. Il punto sollevato è un altro: perché non accompagnare un’opera tanto importante con il ripristino ambientale dell’area?

I cittadini raccontano di essersi mossi fin dall’apertura del cantiere e di aver partecipato a tre incontri con gli enti coinvolti. Nell’ultimo, alla presenza anche di un rappresentante del Comune, di un dirigente del Genio Civile e di Legambiente, si sarebbe discusso persino delle caratteristiche e delle specie degli alberi da ripiantare.

Pareva di essere arrivati alla fase concreta: non più “se” rimettere il verde, ma “quale” verde mettere.

Poi sono finiti i lavori e, raccontano gli abitanti, sono finite anche le notizie. Gli alberi sono rimasti dentro la conversazione, ben annaffiati dalle buone intenzioni.

Il prima e il dopo non hanno bisogno dell’agronomo

La zona nel luglio 2022, prima dell’intervento, in una schermata di Google Street View fornita dal comitato.

Le immagini consegnate dal comitato mostrano la situazione attuale: una lunga parete in pietra, terreno spoglio e vegetazione spontanea. Una schermata di Google Street View risalente al luglio 2022 documenta invece la presenza, nella stessa zona, di alberi ad alto fusto e di una fascia verde molto più consistente.

Il confronto fotografico non stabilisce da solo responsabilità tecniche, ma rende perfettamente comprensibile la domanda dei residenti: il progetto doveva davvero concludersi così?

Non si pretende di rimettere il bosco con Photoshop. Si chiede se nel progetto, nelle prescrizioni ambientali, negli accordi emersi durante gli incontri o nelle opere compensative fosse previsto un ripristino del verde. E, se lo era, quando verrà realizzato.

Un progetto PNRR, non un’invenzione del comitato

La sistemazione idraulica del Castro e del Bicchieraia è effettivamente inserita tra gli interventi del PNRR, Missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. La Regione Toscana indica come obiettivo la riduzione del rischio idraulico della città di Arezzo rispetto a eventi con tempo di ritorno di duecento anni. Il soggetto attuatore è il settore Genio Civile Valdarno Superiore. Regione Toscana – progetto Castro e Bicchieraia

Dunque la necessità dell’intervento non è in discussione. Ma proprio perché parliamo di un’opera pubblica finanziata nell’ambito della “rivoluzione verde”, domandare che fine abbia fatto il verde non pare un atto eversivo.

Il comitato richiama anche il principio DNSH, “Do No Significant Harm”, applicato agli interventi PNRR affinché non arrechino un danno significativo agli obiettivi ambientali. Spetta però agli enti competenti chiarire in che modo tale principio sia stato valutato e rispettato nel caso concreto. Non basta guardare una fotografia per dichiararne la violazione, ma sarebbe altrettanto sbrigativo usare la sigla PNRR come concime universale: tre lettere non fanno ricrescere un albero.

Il percorso sull’argine e quella protezione che non si vede

C’è poi la questione più urgente: la sicurezza del percorso realizzato sull’argine.

Secondo quanto riferito dagli abitanti, da un lato si trova un muro alto circa due metri e mezzo e non sarebbero previste le protezioni che erano state prospettate. L’accesso risulterebbe chiuso da una sbarra, ma il passaggio verrebbe utilizzato quotidianamente da pedoni e ciclisti, anche la sera.

Il comitato segnala inoltre la caduta di un bambino in bicicletta, fortunatamente dalla parte del greto e non verso il muro. Si tratta di un episodio riferito dai residenti, sul quale non disponiamo al momento di riscontri indipendenti. Proprio per questo sarebbe utile una verifica ufficiale, senza aspettare che la sorte presenti una relazione tecnica.

Le domande sono semplici: quel percorso è aperto al pubblico? Può essere utilizzato? Le protezioni laterali sono previste? Se non lo sono, perché? E se l’accesso è vietato, la sbarra attuale e la segnaletica sono sufficienti?

Per abbattere c’è il progetto, per ripiantare arriva la burocrazia

Gli abitanti sostengono che in altri tratti interessati dai lavori siano state previste nuove piantumazioni, anche attraverso il confronto con Legambiente. Per la loro zona, invece, sarebbero emerse non meglio precisate difficoltà burocratiche.

È uno dei grandi classici dell’amministrazione italiana: quando passa l’escavatore, la carta è tutta in ordine; quando deve arrivare un alberello, improvvisamente manca un timbro, un capitolo di spesa o la congiunzione astrale tra uffici.

Il comitato chiede al Comune di Arezzo di farsi parte attiva nei confronti della Regione Toscana e del Genio Civile. Non reclama il ritorno del torrente allo stato selvaggio e nemmeno propone di combattere le piene con le margherite. Chiede che sicurezza idraulica, qualità ambientale e tutela delle persone vengano considerate insieme.

Richiesta che, nel 2026, non dovrebbe sembrare rivoluzionaria. E invece, davanti a 300 metri di muro e a una fila di alberi rimasta nei verbali delle riunioni, tocca ancora domandare se per proteggere Arezzo dall’acqua fosse necessario condannare quel quartiere al solleone.

Regione, Genio Civile e Comune possono naturalmente fornire chiarimenti, documenti e precisazioni. Li pubblicheremo volentieri.

Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali. Le criticità, gli incontri, le comunicazioni informali e l’episodio relativo al piccolo ciclista sono riferiti dal comitato spontaneo degli abitanti delle vie Duranti, Pieraccini e Recapito.

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