Conti da bar, senza calcolatrice
Arezzo – Cominciano a girare i primi nomi per il Men/go di luglio — Subsonica, Motta, Ditonellapiaga, i Cani, IDLES in dj set e via andare — e, puntuale come le zanzare, riparte il solito teatrino: chi esulta, chi storce il naso e chi, più terra terra, guarda il cartellone e poi guarda il conto.
Perché sì, i nomi ci sono. Ma sono anche quelli che girano ovunque, da nord a sud, tra festival, piazze e sagre più o meno travestite da eventi “importanti”.
E allora, tra una birra e una scrollata al telefono, qualcuno la domanda se la fa:
“Ma questi li vengo a vedè apposta… o li becco comunque sotto casa prima o poi?”
Tutto normale, via.
Però, senza voler fare i conti in tasca a nessuno (che un si fa… ma si fanno lo stesso), al bar e sui social gira una sensazione abbastanza diffusa: che negli anni i contributi pubblici legati all’evento siano cresciuti. Piano piano, senza troppo rumore… ma sempre in salita.
Ora, sia chiaro: il Mengo funziona, porta gente al Prato, fa girà soldi, dà lavoro. Nessuno lo nega.
Però più crescono i numeri — sponsor, partner, comunicati pieni di parole inglesi — più cresce anche quella vocina da bar che dice:
“Bene tutto… ma il botto vero dov’è?”
Perché poi alla fine la domanda è sempre quella, terra terra:
“Un concerto che t’ha fatto dire ‘oh, questo me lo ricordo tra dieci anni’, c’è stato?”
Magari sì, magari no. Ma il dubbio resta lì, come il bicchiere mezzo pieno… o mezzo vuoto.
E poi c’è l’altro conto, quello senza calcolatrice.
Di solito un Comune investe per portare gente da fuori: alberghi pieni, ristoranti che lavorano, gente che gira per la città e lascia qualcosa.
Ma se alla fine sotto al palco ci trovi sempre gli stessi — aretini, valdarnesi, qualche senese in gita — allora il ragionamento cambia.
Perché a quel punto, detta proprio alla buona:
“E allora che differenza c’è con una festa di paese fatta bene?”
E lì il punto pizzica.
Perché il confine tra “festival che porta turismo” e “evento che fa girare sempre gli stessi” è sottile… e non sempre chiarissimo.
C’è chi tira fuori i paragoni con altri tempi: quando davvero la città si riempiva, campeggi pieni, gente ovunque, traffico e casino ma anche soldi che giravano sul serio.
Oggi invece, con artisti che stanno in tour fisso tutto l’anno, la domanda torna:
“Ma quanti vengono ad Arezzo per il Mengo… e quanti sono già qui?”
Non è una critica, è più una di quelle curiosità che nascono spontanee.
Quelle che fai senza dati, ma con l’occhio.
Perché tra contributi pubblici, sponsor privati, birrette a fiumi e panini volanti, il meccanismo gira. E pure bene.
Forse è proprio questo che fa storce un po’ il naso a qualcuno: non il festival in sé… ma quella sensazione che il peso, negli anni, sia sempre più spostato da una parte sola.
Poi oh, magari è tutto perfetto, tutto trasparente, tutto come deve essere.
Però da queste parti si dice così:
“Un se pole sapè tutto… ma du’ conti, anche a occhio, se fanno.”
E alla fine, come sempre, si finisce lì:
sotto al palco… a cantà, a bere… e a borbottà.


