Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali.
Un verificatore della Holacheck, società che collabora con Autolinee Toscane, è stato aggredito nel pomeriggio di martedì 1° settembre su un autobus della linea B+ in via Guido Monaco, ad Arezzo.
Secondo quanto comunicato da AT, l’addetto è stato colpito al volto con un pugno e una testata. Le ferite gli sono costate una prognosi di venti giorni e una denuncia presentata al Comando dei Carabinieri di Arezzo.
Adesso dell’aggressione circola anche un video sui social, rilanciato tra gli altri da Cristiano Romani di Futuro Nazionale. Le immagini mostrano l’uomo salire sul mezzo, affrontare il verificatore, colpirlo e poi allontanarsi. Nel filmato si sentono anche urla e minacce rivolte all’addetto.
Insomma, stavolta la cronaca non ha nemmeno avuto bisogno della ricostruzione artistica di Facebook: c’era già la telecamera.
Romani accompagna il filmato con parole durissime e chiede che l’aggressore venga individuato, arrestato e chiamato a rispondere anche dei danni provocati al lavoratore.
Nel post si parla di una ragazza indicata come nipote dell’uomo. Su questo particolare è bene distinguere il racconto social dalla ricostruzione ufficiale: Autolinee Toscane riferisce che tutto sarebbe iniziato durante alcuni controlli effettuati sulla linea urbana A+ in via Crispi, dove due passeggere minorenni erano risultate senza regolare titolo di viaggio. Una delle due avrebbe telefonato all’uomo, che sarebbe poi intervenuto.
Il grado di parentela, insomma, lo lasciamo per ora all’anagrafe. Il resto purtroppo è molto più concreto.
L’uomo avrebbe raggiunto successivamente il B+ in via Guido Monaco, bloccato la marcia del mezzo e aggredito il verificatore.
Perché ormai il biglietto sarà pure facoltativo, ma il servizio di pronto intervento parentale pare avere tempi migliori del 112.
Dopo il pugno e la testata, la fuga in bicicletta. Una conclusione quasi ecologica: la civiltà era rimasta a casa, ma almeno le emissioni erano basse.
Autolinee Toscane ha consegnato alle forze dell’ordine le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza presente a bordo. I filmati potranno contribuire all’identificazione dell’aggressore.
Gianni Bechelli, presidente onorario di AT, ha espresso solidarietà al lavoratore e condannato l’episodio, annunciando un confronto con le istituzioni per individuare strumenti di prevenzione e deterrenza ancora più efficaci.
Tradotto dall’aziendalese: sarebbe utile che chi sale su un autobus per controllare i biglietti non dovesse prepararsi come per una missione delle Nazioni Unite.
Il processo è già cominciato. Su Facebook
Il video ha inevitabilmente acceso i commenti. C’è chi invoca il carcere, chi pene esemplari, chi si domanda quale esempio possa essere stato dato alla ragazza e chi, utilizzando abitualmente gli autobus, racconta apertamente la propria paura davanti a episodi del genere.
Poi, come da tradizione nazionale, arrivano anche gli esperti di accenti, provenienze, diritto penale, sistema carcerario e lavori forzati.
Facebook del resto ha questa meravigliosa capacità: parte da una testata su un autobus e nel giro di dodici commenti ha già riscritto il codice penale, organizzato le carceri e svolto una perizia fonetica sull’aggressore.
Quello che resta fuori dalla rissa social è però molto più semplice.
Si può discutere del trasporto pubblico, dei prezzi, dei ritardi, delle multe e perfino della mistica dell’obliteratrice.
Ma chi sta svolgendo il proprio lavoro non è un sacco da boxe.
Nemmeno quando manca il biglietto e abbondano gli alibi.


